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Riot police block anti-government protesters at the end of a rally pressing for an early election after nearly eight months of almost daily anti-corruption demonstrations that have shaken the populist government of President Aleksandar Vucic, in Belgrade, Serbia, Saturday, June 28, 2025. (AP Photo/Marko Drobnjakovic)
Di Filippo Castaldini – Linea del Fronte
La protesta serba non è più solo rabbia. È una presa di posizione. Non c’è più spazio per ambiguità, compromessi o simboli neutralizzanti. Quello che sta accadendo a Belgrado – e in molte altre città – non è un semplice moto di frustrazione giovanile. È il segnale che una nuova generazione ha deciso di non farsi più rappresentare da una classe dirigente corrotta e antinazionale.
Il cambiamento parte dall’università
Il primo strappo si è consumato tra le mura accademiche. Gli studenti hanno espulso dalle loro facoltà tutte le organizzazioni che, negli anni, avevano costruito un ponte tra ambienti universitari e ONG europeiste. Un gesto netto: rifiutare la copertura “liberale” per prendere posizione.
Le facoltà di diritto e scienze politiche sono state le prime a dichiararsi contrarie all’infiltrazione di sigle legate all’Unione Europea progressista o all’opposizione liberal. Subito dopo, anche altri dipartimenti si sono allineati. La parola d’ordine? Riaffermare l’autonomia politica e culturale degli studenti serbi.
Dalle aule alle piazze
Il punto di svolta è stato il 28. Da quel giorno le proteste sono cambiate radicalmente: da dimostrazioni simboliche si sono trasformate in occupazioni di piazza, barricate, resistenza organizzata. I cortei non si sono più limitati a camminare: hanno bloccato, sfidato, protetto i compagni arrestati, affrontato le cariche.
Il messaggio è chiaro: non si tratta più di chiedere riforme, ma di delegittimare il potere politico e morale del regime che sta affamando il popolo e speculando sulla sua pelle.
Niente più bandiere dell’UE
Un altro segnale forte è arrivato dai simboli. O meglio, dalla loro assenza. Le bandiere dell’Unione Europea sono sparite. Un tempo onnipresenti nei cortei dell’opposizione liberale, oggi sono considerate un segno di sottomissione.
«Vogliamo un’Europa diversa», ha raccontato uno degli studenti presenti alla barricata di Zemun. «Non quella delle ONG o dei fondi condizionati. Vogliamo avvicinarci all’Europa senza perdere tutto». E infatti non si vedono nemmeno bandiere russe. Solo la bandiera serba. Nessuna neutralità, ma nemmeno sostituzione.
Sovranità senza isolamento, apertura senza vassallaggio. Ci sarà futuro per una terza via in salsa serba?
Il nodo delle risorse e la guerra per il litio
Questa nuova consapevolezza si riflette anche sul terreno. In tutto il sud della Serbia sono divampati incendi “inspiegabili”, spesso in aree dove le multinazionali hanno mappato giacimenti di litio o altre terre rare. Coincidenze?
Molti pensano di no. In mancanza di prove concrete, c’è una certezza politica: dove ci sono risorse, c’è destabilizzazione. Come in Ucraina. Come in Brasile. Come in Serbia. I giovani lo sanno e temono che la prossima grande cessione del governo sia proprio questa: le ricchezze del sottosuolo in cambio di promesse europee.
Elezioni negate, paura del voto
Tra le richieste degli studenti c’è anche quella di tornare alle urne. Non era mai successo. Ma adesso la richiesta è esplicita: elezioni subito. Il governo ha reagito chiudendosi a riccio. L’ombra dell’Expo 2027 incombe e la caduta di consenso è evidente. Nelle ultime votazioni municipali, il partito di governo è stato superato dall’opposizione.
In alcune località, i sindaci – legati al potere centrale – sono arrivati a minacciare i cittadini: niente aiuti contro gli incendi a chi non ha votato “correttamente”. E in almeno un villaggio, tutto è bruciato tranne la villa del sindaco.
Il ritorno della politica, il ritorno dell’identità
In tutto questo, c’è un dato che pochi riescono a leggere: i giovani non sono più manipolabili. Sono europei, sì. Viaggiano, studiano, parlano lingue. Ma non si fidano. Non si riconoscono in nessuna delle “fratellanze” imposte, né occidentali né orientali.
«Vogliono un’Europa diversa», ripetono. Un’Europa che non pretenda terre rare, che non imponga agende, che non controlli la formazione universitaria con fondi condizionati. Vogliono – forse per la prima volta dopo anni – scegliere da soli il proprio destino.




