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La Siria meridionale è di nuovo in fiamme. A Sweida, capoluogo del Jabal Druze, da settimane si combatte una guerra invisibile agli occhi dei media occidentali, ma cruciale per comprendere la sopravvivenza stessa della Siria come nazione. Una spirale di violenza, scatenata da faide locali tra milizie druse e tribù beduine, ha riacceso lo scontro settario in una regione storicamente carica di simbolismo e memoria nazionale. In mezzo, una comunità divisa, un governo islamista e una potenza esterna che interviene con la maschera della protezione e lo spettro di una Siria sempre più frammentata.
Un’escalation dimenticata
Gli scontri sono esplosi a metà luglio nella provincia di Sweida, tradizionalmente abitata dalla minoranza drusa. Le tensioni, latenti da tempo, sono esplose a seguito di rapimenti reciproci e regolamenti di conti tribali. Le nuove autorità siriane sono intervenute in ritardo, con un cessate il fuoco imposto quando ormai la violenza aveva già prodotto decine di morti.
Ma oltre la cronaca, a preoccupare è la fragilità di uno Stato che in quella regione ha perso da anni il controllo effettivo, lasciando spazio a una logica da milizie e vendette. In questo vuoto, si è inserito un attore esterno con un’agenda precisa: Israele.
Israele entra in gioco
Nel cuore della crisi, l’esercito israeliano ha condotto raid aerei mirati contro mezzi blindati governativi, giustificando l’azione con la necessità di proteggere la comunità drusa. Una motivazione che appare strumentale. Dietro il pretesto umanitario, si cela una strategia ben collaudata: indebolire le forze armate siriane lungo il confine del Golan e impedire qualsiasi ricompattamento nazionale.
Dapprima ha giocato sulla frantumazione appoggiando i qaedisti oggi si gioca la finta carta di appoggio alle minoranze.
Il messaggio israeliano è chiaro: nessuno deve più parlare di unità della Siria. Ogni crisi locale è un’occasione per normalizzare l’idea di un Paese diviso, etnicamente e politicamente. I drusi rischiano così di diventare, loro malgrado, una pedina nelle mani di chi soffia da decenni sul fuoco del settarismo.
Una comunità divisa
Ed è proprio nella comunità drusa siriana che emergono le contraddizioni più dolorose. Alcuni gruppi locali, esasperati dall’insicurezza, hanno chiesto apertamente aiuto a Israele. Ma altre voci, più silenziose ma non meno ferme, rifiutano ogni ingerenza esterna, rivendicando l’appartenenza piena alla nazione siriana e il diritto a vivere in pace senza diventare strumenti di potenze straniere.
Questa divisione riflette lo stesso dilemma che attraversa tutte le minoranze del Levante: sopravvivere dentro uno Stato instabile o cedere alle lusinghe – spesso interessate – di chi promette protezione in cambio di fedeltà politica e frammentazione territoriale.
La parte dei Drusi maggioritaria che crede nell’unità nazionale non può certo offrire la gola, al pari di altre minoranze siriane, ai tagliagole che ora governano a Damasco. Non sono questi ultimi infatti i fautori di una nuova unità ma pedine principali del settarismo e quindi della atomizzazione della Siria.
Il fantasma di Sulṭān Pascià al-Aṭrash

Eppure, proprio da Sweida arriva un messaggio diverso. Un messaggio che viene dalla memoria, dalla storia, da un’altra Siria. È il messaggio di Sulṭān Pascià al-Aṭrash, il comandante druso che nel 1925 guidò la grande rivoluzione siriana contro il mandato francese. Una rivolta popolare che partì dalle montagne druse e unificò tutto il Levante sotto un’unica bandiera: quella dell’indipendenza nazionale.
Quando i francesi gli offrirono l’indipendenza per il solo Jabal Druze, al-Aṭrash rifiutò. Pretese l’unità di tutta la Siria. E la ottenne. Per questo, nel 1982, più di un milione di siriani, di ogni fede e provenienza, si radunarono a Suweida per rendergli omaggio. Un funerale diventato manifesto politico: “La religione è per Dio, la patria è per tutti”.
L’eredità che resiste
Oggi quell’eredità sembra sepolta sotto le macerie, travolta dalle divisioni settarie, dalle ingerenze straniere, dalla guerra permanente. Ma proprio nelle minoranze, che hanno pagato più di tutti il prezzo delle manipolazioni geopolitiche, può rinascere lo spirito dell’unità siriana.
Nel nome di Sulṭān al-Aṭrash, lottare per una Siria laica, sovrana e indivisibile non è solo un atto di memoria. È una scelta politica, oggi più urgente che mai.
L’unità della Siria non può passare attraverso i tagliagole oggi al potere, né attraverso i giochi delle potenze straniere che li manovrano. A Sweida si consuma un nuovo fronte della spartizione, ma tra le macerie resiste l’esempio di chi lottò per una Siria libera e indivisibile.
Fonti: APNews, SkyNews Arabia, al-Bayan, aa.com.tr, aawsat.com, en.wikipedia




