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In questi giorni, a scuotere la terra del “Tetto del mondo” non è stato un fenomeno sismico come accadde nel 2015, bensì politico. Per la prima volta dal 2008, anno in cui si è insediato un governo di stampo maoista che ha fatto cadere la monarchia di Kathmandu, la capitale del Nepal è nuovamente in fiamme. A far tremare la Repubblica federale sono state alcune proteste sfociate in disordini e in una vera e propria guerriglia urbana.
Cosa sta accadendo
Il tutto ha avuto inizio nel corso della giornata di lunedì 8 settembre, quando il movimento di protesta, composto per lo più da giovani ribelli, è sceso nelle piazze della capitale per manifestare contro la decisione del governo di oscurare 26 piattaforme di social network. Ma questa è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
I giovani ribelli hanno eretto barricate, bruciato Singha Durbar, la sede del governo nepalese, e danneggiato aeroporti e hotel. Le foto mostrano i manifestanti in cima al palazzo che sventolano la bandiera nepalese, in scene che ricordano la rivolta studentesca che ha rovesciato un governo nel vicino Bangladesh lo scorso anno.
Il più grande network mediatico del Nepal ha sospeso due delle sue pubblicazioni digitali, tra cui il Kathmandu Post, dopo che i manifestanti ne hanno incendiato gli uffici. I dimostranti hanno accusato la polizia di aver aperto il fuoco su una folla diretta verso il complesso del Parlamento e che aveva bloccato le autostrade. Almeno trenta persone sono rimaste uccise, ma il bilancio è destinato a crescere.
Dopo una giornata di scontri mortali, martedì il governo ha revocato il divieto sui social media, ma ciò ha fatto ben poco per placare i disordini. Non è solo questo il motivo della ribellione, come la maggior parte dei media occidentali vorrebbe far credere.
Il primo ministro KP Sharma Oli è stato costretto a dimettersi e nella giornata di mercoledì è stato indetto il coprifuoco nazionale, con truppe dell’esercito a pattugliare la capitale. Ad oggi, infatti, tutti gli occhi sono puntati sull’esercito. Non è ben chiaro chi governi il Nepal. A Kathmandu regna un silenzio inquietante e non è chiaro quale ruolo, se ce ne sia uno, l’esercito potrebbe svolgere nella formazione di un governo ad interim. I leader de facto del movimento di protesta hanno incontrato funzionari militari e hanno dichiarato di sostenere un ex presidente della Corte Suprema del Nepal per guidare un governo di transizione. Intanto, colonne di fumo nero svettano sui soldati che impongono il coprifuoco nelle tranquille strade della capitale.
I motivi reali della protesta
Questa nuova generazione di manifestanti, definitasi sotto la voce di Generazione Z, rappresenta un movimento senza un leader unico, i cui membri proclamano rivolta contro la corruzione, la disoccupazione e la disuguaglianza che attanaglia il Paese da anni.
Nelle settimane precedenti le violenze, l’hashtag #nepokids aveva iniziato a essere di tendenza in Nepal, con post che mostravano lo stile di vita lussuoso dei figli dell’élite politica in un Paese in cui la maggior parte dei giovani fatica a guadagnarsi da vivere.
Il divieto sui social media ha acceso la miccia e ha sollevato timori che la libertà di parola potesse essere limitata ai 30 milioni di nepalesi, con conseguenti danni anche al turismo, settore chiave che si affida ai social media per raggiungere i viaggiatori. La loro missione – organizzata su Instagram, Facebook e Discord – era ambiziosa: sconfiggere la corruzione, promuovere la democrazia e spazzare via una leadership radicata che teneva potere e ricchezza nelle mani di pochi eletti.
Ma la rabbia covava da anni per il peggioramento della crisi della disoccupazione giovanile e la mancanza di opportunità economiche. Secondo la Banca Mondiale, il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni era del 20,8% nel 2024, costringendo molti giovani a emigrare. Più di un terzo del PIL nazionale (33,1%) deriva dalle rimesse degli espatriati, un dato in costante aumento negli ultimi trent’anni.
Un Paese conteso tra India e Cina
Il Nepal non è solo una piccola repubblica himalayana: è un tassello strategico in un fragile equilibrio regionale. A nord, la Cina considera Kathmandu un corridoio naturale verso l’Oceano Indiano e un partner da includere nella sua Belt and Road Initiative. A sud, l’India rivendica storici legami culturali e religiosi, guardando con sospetto ogni passo che avvicini il Nepal a Pechino.
La crisi politica in corso preoccupa entrambi i giganti asiatici. Per la Cina, la caduta del governo maoista significherebbe perdere influenza su un alleato costruito negli ultimi quindici anni. Per l’India, invece, il caos alle frontiere rischia di aprire a nuove interferenze e di destabilizzare un Paese che rappresenta un cuscinetto fondamentale.
Ciò che accade oggi a Kathmandu non resta confinato all’Himalaya: i fumi neri che salgono dalle barricate dei giovani nepalesi parlano anche a Pechino e a Nuova Delhi, ricordando che ogni scossa in Nepal può avere effetti ben oltre i suoi confini.
Un antefatto passato in sordina
Già il 9 marzo di quest’anno, circa diecimila persone avevano manifestato a favore della restaurazione della monarchia, invocando il ritorno del re Gyanendra e il ripristino dell’induismo come religione di Stato. Il bilancio fu di due morti e quarantuno feriti.
Fu anch’essa una chiara dimostrazione di quanto il governo maoista fosse già da tempo mal tollerato dai nepalesi. In quell’occasione il mondo tacque: nessuna bandiera social, nessuna campagna internazionale, solo un popolo deciso a rivendicare la propria identità più profonda.
Cosa accadrà?
Il presidente nepalese Ramchandra Paudel ha esortato i manifestanti a “cooperare per una risoluzione pacifica” e ha invitato i giovani a dialogare con le autorità.
Questa rivolta, però, ci viene mostrata come un fenomeno nato dai social e consumato nei social, con la politica che si organizza su WhatsApp e Telegram e finisce in guerriglia urbana. Ma le immagini di Kathmandu parlano chiaro: i ragazzi cadono sulle barricate non per difendere un profilo Facebook, ma per una reale volontà di rivoluzione contro un governo inetto e corrotto.




